Lettera ad un Paese lindo e bagunçado – Brasil

Il Il post di oggi è un insieme di pensieri messi in ordine, più o meno, appena tornata dall’ultimo viaggio fatto in Brasile nel luglio 2014. Un viaggio che mi ha dato tantissimo ma mi ha fatto aprire gli occhi su una realtà che credevo diversa, e che, in questi ultimi mesi, sta mostrando tutte le crepe e le problematiche che allora si percepivano chiaramente ma non avevano ancora una forma concreta. Mi sono chiesta tante volte che valore possano avere queste mie considerazioni e se non rischiano di essere semplicemente e inutilmente aria su un fuoco già divampato e fin troppo distruttivo.

In realtà credo che, da una parte le mie critiche, dall’altra i riconoscimenti, vogliano più che altro mostrare gli effetti percepiti e concreti di cattive e buone politiche, dei danni della corruzione sull’ambiente e sulla società vissute (da straniera) in prima persona, al di là della mera economia, e dell’importanza e del valore che semplici iniziative (spesso spontanee) possano avere sulle realtà locali.

In questo caso specifico, le mie riflessioni non riguardano una esperienza di viaggio turistico: due settimane, un mese di vacanza in Brasile è una esperienza che consiglio a tutti: luoghi incantevoli, culture vivaci, colori brillanti, persone ospitali e strutture all’altezza di un turismo internazionale, spesso con quel tocco di autenticità che fa la differenza!

In questo caso sono riflessioni legate ad una mia personale esperienza di vita e stretta condivisione con persone del luogo durate mesi.

 

Premessa

Considero il Brasile la mia seconda casa e so di avere, là, una seconda famiglia.

Ciò che mi lega a questo Paese, ciò che me lo ha fatto amare e sentire mio, ciò che mi ha coinvolto in un abbraccio forte, accogliente, emozionante, non sono state le spiagge, la caipirinha, il sole. Non al principio per lo meno.

Ho avuto l’occasione e la fortuna di viverci per anno, poco più di 10 anni fa, studiando in una delle città “meno brasiliane” che si possano immaginare. Curitiba.

Non c’è il mare, c’è poco sole ma in compenso molta nebbia e molto freddo. E le case non avevano il riscaldamento, e non per arretratezza tecnologica, impiantistica o architettonica, no. Semplicemente per una questione di piano energetico nazionale: il riscaldamento nel resto del Paese non è una priorità.

Mi sono svegliata per mesi alle 6.30 della mattina con la nebbia e pochi gradi sopra allo zero nella mia camera dell’appartamento che condividevo con altri 4 ragazzi italiani, al 12 piano di un grattacielo in una delle zone più sicure della città.

Ho vissuto in una città organizzata, ordinata, pulita, verde, fredda, dove lo skyline era una saliscendi di grattacieli e di palme neanche l’ombra. Qualche ibiscus colorata, tante persone aperte, per quanto possano esserlo i brasiliani del sud (e comunque molto di più di qualsiasi europeo, anche latino).

Ho viaggiato in lungo e in largo e ho amato questo paese che mi ha insegnato la vita, nei suoi lati più miseri, orrendi, tristi, ma anche quelli che sono gli aspetti gioiosi, felici, allegri. Ho visto il nero ma anche tutti gli altri colori della natura, delle persone, della vita! Colori accesi, brillanti, vitali ed energici, nonostante tutto, nonostante tutti. Aproveitar… Carpe diem… Godi di ciò che hai, qui ed ora, godi del cibo, del sole, del mare, dell’amore e dell’amicizia…

Il Brasile ha saputo ricolorarmi da dentro e diffondere una luce dorata sulla mia visione del mondo, sul mio modo di vivere.

Dieci anni fa ho viaggiato per Brasile con curiosità e senza preconcetti o aspettative, scoprendo un mondo fatto di possibilità, potenzialità, idee, speranza. Un Paese da cui poter guardare il futuro con ottimismo, speranza ed entusiasmo.

È questo che mi ha spinto, due anni fa, a tornare per cercare un posto dove mettere radici, fuggendo dal MIO di paese, che di speranze non ne ha più, che ha la capacità di ingrigire da dentro coloro che vi hanno creduto, coloro che hanno lottato per lui…Ma questa è un’altra storia.

Il 25 Febbraio 2014 sono partita, 5 mesi per viaggiare, per trovare un “campo” dove piantare le tende e ricominciare…

Ora sono passati due anni da quel viaggio, e sono in Italia.

Ciò che scriverò potrà sembrare una critica aspra per molti aspetti, e forse lo è.

Non vuole togliere nulla a ciò che questo Paese tropicale e magnifico è, in termini assoluti. Vorrebbe semplicemente sottolineare ciò che ha, potenzialmente (ma non solo), e ciò che rischia di perdere, a causa della gestione priva di amore, priva di valori ed educazione che purtroppo ho vissuto nel mio ultimo viaggio.

 

Lettera ad un Paese lindo e bagunçado

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Rio de Janeiro – bahia de guanabara dal corcovado (foto: anna luciani)

Cinque mesi, 150 giorni, dal 25 febbraio al 25 luglio in giro per uno dei paesi più affascinanti del mondo.

Alla ricerca di un posto dove stare, se ci fossimo fermati, per capire come funzionava una delle più grandi potenze della Terra, per sapere cosa poteva offrire.

Abbiamo viaggiato, io e il mio ragazzo, facendo couchsurfing, ospiti di persone normali, di sconosciuti, di brasiliani veri, che magari non sono modelli, né calciatori, ma persone di tutti i colori, di diverse estrazioni sociali, persone con una diversa formazione ed educazione, persone con sogni diversi, lavori diversi, single, coppie, figli…brasiliani.

E quello che è emerso da questa avventura è stata una nuova mappa di questo paese tanto grande quanto diverso, ricco, bello e bagunçado.

Tanti mi hanno chiesto cosa ho trovato, com’è questa grande potenza e forse l’immagine più giusta che potrei utilizzare per descrivere il Brasile, oggi, visto dai miei occhi, è quella di un pachiderma. Un animale forte, vigoroso, potente, ma estremamente sgraziato, scoordinato, disarmonico e quindi maldestro. Potenzialmente in grado di compiere passi da gigante verso qualsiasi direzione, progredendo, raggiungendo traguardi e vincendo qualsiasi sfida. Potenzialmente.

Purtroppo manca ancora una direzione, un’organizzazione forte, efficace, ma soprattutto motivata, onesta, disinteressata, se non al bene e alla forza della nazione, in grado di guidarne i passi, i movimenti, definendo una strategia comune, valida, socialmente utile per raggiungere obbiettivi importanti.

Non mi soffermerò, intenzionalmente, su alcuni dei più evidenti problemi generali, tanto scontati quanto orribilmente drammatici e veri, legati alla povertà, alla corruzione politica e al potere del denaro (dei traffici di droga, delle armi, degli interessi privati dei potenti), non è di questo che voglio  parlare, non ne avrei neppure le competenze necessarie, anche se, per averne un’idea, basta pensare a ciò eh succede da noi in Italia, vedere lo sfacelo creatosi, vedere le facce impunite e sorridenti senza vergogna di chi ancora si mostra al popolo dopo averlo prosciugato senza ritegno. Basta vedere questo e moltiplicarlo per 5, 20, 22 volte (il numero degli stati federali che compongono il paese) per rendersi conto della difficoltà di poter gestire un continente riunito sotto un unico nome.

Ma non è questo.

Sulla base della mia esperienza vorrei solo provare a descrivere quelle che sono state le mie impressioni, le mie esperienze nel vivere una realtà che ad oggi potremmo definire disorganizzata e troppo corrotta e le conseguenze che questa situazione provoca sulla società.

Le potenzialità in termini di risorse umane, naturali, culturali, tradizionali, in Brasile, sono enormi, e se cerco nel profondo, dopo tutti i racconti sentiti, dopo tutte le realtà viste e vissute, dopo gli articoli letti, le persone incontrate, i luoghi attraversati, credo che il problema fondamentale che il Brasile deve affrontare oggi, come priorità assoluta per non cadere su se stesso e, come un pachiderma che cade, distruggerete tutto, è l’educazione e, di conseguenza, la creazione di una coscienza critica forte della sua popolazione.

A volte mi sono trovata a pensare che, anche rubando (per quanto mi costi affermare una cosa del genere), a chi non chiede altro se non un minimo di rispetto e di possibilità, ci sarebbero margini enormi per investire nello sviluppo, nella crescita sostenibile, nella potenza brasiliana, garantendo un futuro alla propria popolazione, diventando un riferimento economico, gestionale, ma anche ambientale (in termini di risorse e “scorte” verdi), turistico e culturale. Basti pensare alla vastità del Paese, alla ricchezza della sua natura (acqua, foreste, campi e materie prime), ai brasiliani stessi, alla loro cultura e amore per la musica e l’arte e per il proprio Paese. Eppure questo ultimo decennio ha dimostrano che la ricchezza che custodisce non è riuscita a garantire quello sviluppo che si pensava potesse fare. E questo perchè ancora una volta, a mio parere, lo sviluppo economico non è stato supportato da uno sviluppo culturale e da una presa di coscienza della politica, e di parte della popolazione, dei vantaggi ma anche della responsabilità che questa crescita comportava per tutto il paese.

Le rivolte del 2013 sono stato un primo segnale importante di riscatto da parte di quella popolazione, la maggior parte giovani (ma non solo), appartenenti ad una nuova classe media, che, grazie alla consapevolezza e al senso critico sviluppato durante la crescita, grazie ai viaggi, agli scambi culturali, fortemente voluti e ambiti dai giovani a partire dalla mia generazione (la prima che ha potuto godere di una giovinezza senza dittatura), all’istruzione, garantita da possibilità di frequentare scuole private, grazie ad una educazione aperta, internazionale, hanno iniziato a capire quanto stava venendo sottratto a loro, alloro paese e al mondo.

Perché è anche di questo che si tratta.

Di spreco, (alberi, acqua, suolo) di inquinamento, di vite umane, in nome di interessi personale o internazionali estranei e indifferenti alle realtà nazionali e locali.

Viste le dimensioni del Paese però forse le critiche, le manifestazioni non sono sembrate sufficientemente potenti: Rio, São Paulo, Curitiba, Porto Alegre e pochi altri episodi sparsi nel Paese, a volte troppo deboli per farsi sentire. E il resto?

Le stesse manifestazioni contro la FIFA e i mondiali, contro l’organizzazione e gli sprechi, si sono concentrate, nei mesi pre coppa del mondo, nelle principali città del centro-sud. Noi che (fatta eccezione per la finale assistita insieme e migliaia di argentini a copacabana) le partite le abbiamo viste nel nord est, da Recife a Manaus, abbiamo partecipato a festeggiamenti gioiosi. Sempre. Anche quando il Brasile ha perso 7 a 1 contro la Germania. Anche in quell’occasione, dopo una prima fase di panico e tragedia generale fatta di pianti e incredulità, l’unico tedesco della piazza di Manaus è diventato la star, gli abitanti della capitale dell’Amazzonia l’hanno adottato, reso un mito, iniziando, in un’euforia isterica ma spontanea e positiva, a festeggiare ogni gol subito, brindando a suon di cerveja.

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Manaus “festeggiamenti” germania – brasile (7 – 1) luglio 2014 (foto: anna luciani)

Perché il Brasile è anche questo: è allegria, gioia, voglia di festeggiare la vita, a volte senza motivo reale, addirittura risultando fuori luogo. Questo nel nord, nel cuore dell’Amazzonia, mentre a Porto Alegre o São Paulo le manifestazioni procedevano, chiedendo diritti, chiedendo che le feste, l’emozione delle partite, i grandi nomi del calcio, le luci, la torcida, le vittorie, i turisti, le feste, le bandierine e le trombette, il mondo che all’improvviso diventa giallo e verde non oscurassero i problemi, le necessità, gli errori e gli orrori commessi, esistenti, impuniti. Mentre a Rio, nella Praça Seans Pena, la polizia, da sempre impegnata con e/o contro le grandi le pericolose organizzazioni criminali della capitale (si veda, per capire, il film “Tropa de elite”) reprimeva con violenza e eccessiva forza giovani, anziani, bambini, che avevano deciso di non assistere o jogo ma di reclamare per un Paese più giusto.

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Rio de Janeiro proteste contro i Mondiali (foto di Tomaz Silva/ABr)

 

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São Paulo proteste contro la coppa (fonte: blog “mundo desalienado”)

Anche in questo caso…. il resto del Paese?

E il resto (da nord a sud) non ha i mezzi, il resto sono persone che vivono in uno stato di povertà complicato e al limite, sono persone che non hanno risorse né tempo per frequentare la scuola, pubblica e di bassissimo livello, né tanto meno di accedere poi alle università pubbliche, garanzia invece di ottimo insegnamenti ma riservate solo a coloro che riescono a superare un test duro e impegnativo (quindi solo coloro che, fino ai 18 anni, hanno potuto pagare un insegnamento privato che, nel sistema dell’istruzione di base brasiliana, è garanzia di alto livello).

Sono persone che spesso non hanno una cognizione reale di cosa succeda, di cosa potrebbe essere, perchè la loro priorità è qui e ora, dove qui significa l’area suburbana di qualche grande metropoli, e l’ora è la sopravvivenza di ogni giorno. L’ambizione? spesso condizionata da modelli televisivi e prettamente consumistici, tipici della società occidentale.

Questo fa sì che la vita scorra, concentrandosi sul meglio che c’è (e questo è un grande insegnamento), ma senza lungimiranza, senza strategia, senza pianificazione, senza investimenti necessari e importanti. Ma la colpa non è dei singoli cittadini, non può esserlo in questi casi così estremi. Lo Stato manca. Forse negli ultimi decenni è stato più presente, qualche riforma e qualche investimento sono stati compiuti (vedi le quote bolsa familia ecc.), ma il problema è molto più ampio, e lo sforzo dovrebbe essere molto più forte, concreto, concentrato, per garantire al Paese quella giustizia, quel futuro che merita, perché ne ha le potenzialità, ha le risorse, prime e umane, ha lo spazio, ha esempi (si pensi ai fallimenti del Nord America e dell’Europa), e allo stesso tempo ha le professionalità, competenti e impegnate in campo ambientale, ecologico, economico, sociale, architettonico, artistico ecc ecc ecc.

E invece no.

E invece no, a causa della disorganizzazione ai piani alti, insita o strumentale e la mancanza di iniziativa, di senso critico e civico della popolazione (dei più… non tutta chiaramente) causata nell’80% dei casi dalla scarsa cultura ed educazione, e qui la responsabilità dello stato è importante: la riforma della scuola, gli investimenti nell’istruzione e nelle strutture per la formazione e l’educazione dovrebbe essere una priorità!

In realtà il governo ancora in carica ha provato ad intervenire, con l’introduzione delle “quote” ad esempio: posti nelle università pubbliche riservati esclusivamente a giovani di colore o indio come tentativo di integrazione delle fasce meno abbienti. In questo modo si garantisce che non solo i bianchi (generalmente appartenenti a quella fascia di popolazione ricca, benestante, in grado di garantire scuole private ai figli dagli zero ai 18 anni, dando loro una formazione tale da poter superare il test di ammissione per le università private) ma anche i neri entrino nelle facoltà pubbliche.

Questo tentativo, che magari dà effettivamente una possibilità in più a coloro che non l’hanno, risulta comunque insufficiente, impreciso, superficiale, un semplice palliativo, perché la preparazione di base (pubblica) di questi ragazzi non è sufficiente per superare le prove previste dall’ottimo livello delle facoltà pubbliche, perché non tutti i neri sono poveri, perché per 1000 che possono usufruire di questa opportunità ce ne sono altre migliaia che rimangono esclusi, confinati ai margini. Victor, una ragazzo di Salvador che ci ha ospitato per cinque giorni a casa sua, ha spiegato bene i limiti e le contraddizioni di questo sistema con questo semplice esempio: ad un ragazzo che non ha da mangiare sarebbe importante insegnare a pescare, perché questo lo renderebbe indipendente, libero, gli darebbe la possibilità di crescere autonomamente e gli garantirebbe di sopravvivere, anzi di vivere contando sulle proprie forze, imparando un mestiere. Le Quote invece, e lo stesso le Bolsa Familia (programma di sussidio per le famiglie più povere, quelle cioè aventi una rendita familiare mensile pro capite inferiore ai 77 R$, circa 35 euro. Per maggiori approfondimenti http://www.mds.gov.br/bolsafamilia), sono pesci, pochi e piccoli, dati in regalo. Nella maggior parte dei casi donare tali pesci diventa necessario, perché si parla di persone che stanno morendo di fame (non solo metaforicamente), ma una volta sfamate queste persone, una volta marginata l’emergenza, senza un progetto concreto di istruzione che parte dalle basi e che fornisca strumenti reali per l’autonomia e la crescita, ogni tentativo diventa inutile e sprecato.

Mi rendo conto che la dimensione del problema, le sfumature e le casistiche sono talmente tante che il problema non può essere risolto facilmente.

Ma quello che spaventa è il sospetto che una certa condizione culturale sia gestita e mantenuta intenzionalmente ad un livello basso, perché un popolo inconsapevole è un popolo più facile da “gestire”.

Quello a cui non si pensa sono le conseguenze a lungo termine, il rallentamento in termini di competitività e crescita del paese.

Un popolo inconsapevole dei propri diritti, delle proprie possibilità ma anche dei propri doveri rischia di essere pigro, male-educato verso la società e l’ambiente, impreparato al confronto internazionale e globale.

Per uno straniero, per niente sprovveduto per esperienza di viaggio e per conoscenza del Paese, viaggiare (ma anche vivere) in Brasile è sicuramente emozionate, sorprendente, avventuroso, ma anche parecchio stressante.

Perché nonostante le bellezze che custodisce, nonostante l’allegria, la cordialità, la spontaneità, la musica, nonostante il paradiso di cui dispone, tante persone non si rendono conto che ci sono alcuni dettagli, quali la professionalità, la puntualità, la precisione (nelle informazioni fornite, nei servizi) che devono essere date per scontate e invece non lo sono.

Capita di aspettare ore un autobus (prenotato con anticipo) che mai arriverà perché probabilmente già riempito di passanti dell’ultimo minuto.

Capita di chiedere a cinque persone diverse la stessa informazioni e ricevere cinque risposte di diverse, tutte pressapoco giuste, ma anche pressapoco sbagliate… Il che sarebbe nulla se si trattasse di qualche decina di metri, ad esempio, ma diventa un problema da crisi isterica quando, per l’ennesima volta, si tratta di migliaia di km…

Capita di sederti ad un tavolo al bar (vuoto) e di aspettare letteralmente ore prima che uno dei dieci camerieri venga a prendere l’ordinazione.

Esempi di poco conto, che però riguardano ogni singolo settore della vita quotidiana, e con i quali non solo i turisti devono fare i conti (se serve), ma che diventano parte integrante e scontata della vita di tutti i giorni, dal supermercato agli uffici federali, dai mezzi pubblici alla ristorazione.

Sono dettagli, che possono essere motivati da negligenza, pigrizia, inesperienza, a volte superficialità dei singoli. Spesso però, ci è stato spiegato, è dovuto alla poca educazione, che non necessariamente si traduce in maleducazione o disinteresse. Si tratta di “semplice” impreparazione che rende il Paese un gigante troppo giovane e sprovveduto per reggere il ritmo.

Queste critiche, se vogliamo vederle così, non sono mosse con rabbia, ma con speranza, perché per ogni persona che, in un modo o nell’altro, nei 5 mesi di viaggio (nonostante le accortezze, l’attenzione, la tranquillità e la pazienza nel porsi verso “i contrattempi”), ci ha messo “i bastoni tra le ruote”, ce ne sono state altrettante pronte ad aiutarci, in maniera totalmente disinteressata, con gentilezza, umanità, cognizione di causa, efficienza.

Quindi è questo che vedo, un paese potente, un paese umano, un paese intelligente e forte, che si perde dietro vili interessi personali che fanno passare in secondo piano priorità quali l’istruzione obbligatoria, la preparazione tecnica, gli investimenti in progetti territoriali, urbani, paesaggistici e architettonici sostenibili.

Troppe volte ho sentito, davanti a paesaggi mozzafiato, mari turchesi, foreste lussureggianti, deturpati da scarichi di fognature a cielo aperto (sulla spiaggia), immondizia di ogni genere, carenza di infrastrutture importanti, “questa non è la priorità del governatore! Sappiamo essere un peccato, è triste vedere il nostro territorio così mal ridotto, poco rispettato per mancanza di tutele e pianificazioni mirate, ma è così. E la gente se ne frega”.

La maggior parte della gente non sa. So che può suonare assurdo, ma tanta gente non sa, e chi dovrebbe investire nel principale potenziale brasiliano, la natura appunto, le risorse ambientali, non le considera una priorità, i soldi vengono destinati ad altro, e il problema è che spesso altro significa tasche di qualcuno. E quelli che sanno vedere e capire la situazione non hanno voce in capitolo, non riescono ad imporsi sul governo nazionale e sui singoli governi federali.

 

“Tanto il Paese è pieno di fiumi e di acqua”.

Quindi litri di acqua fatta scorrere inutilmente nei lavabi delle case.

 

“Tanto il Paese è ricoperto di foreste”.

Quindi deforestazione per strade, legname e cementificazione, aree intere vendute agli Stati Uniti (la foresta amazzonica ad esempio) o alla Cina (campi sterminati trasformati in monoculture estensive di soia).

Quindi autobus, camion e auto che rimangono accesi anche durante soste di tre quarti d’ora.

Ho chiesto un giorno, dopo aver respirato inutilmente per 25 minuti ad una stazione degli autobus, i gas di scarico di uno di quelli parcheggiati, perché non lo spegnessero (nessun passeggero a bordo, aria condizionata spenta, fortunatamente). Mi è stato risposto, da un giovane autista (avrà avuto al massimo 35 anni) “non capisco, noi siamo abituati così!”.

 

“Tanto di spazio ce n’è in abbondanza”.

Quindi progetti di lottizzazione sfrenata, progettazione di quartieri, città, porti, privi di piani strategici che possano ottimizzare il consumo del suolo e regolare l’organizzazione dell’urbanizzato e contestualizzarlo nel territorio circostante. Risultato: edifici su edifici (un dimensionamento sommario sarà stato fatto? una reale valutazione di impatto ambientale?) e infrastrutture  che risultano essere spesso insufficienti, quindi problemi di transito e congestionamento carrabile, necessità a distanza di pochi anni di procedere ad espropri di edifici appena realizzati perché costruiti in mancanza di un cronoprogramma generale, di una visione complessiva e strategica appunto in grado di organizzare preventivamente tempistiche, spazi, azioni. Sistemi di fognaturra sottodimensionati, aree verdi e pubbliche ritagliate creando zone alienanti di segregazione.

Questo, in un paese con ottime facoltà, dove le nuove generazioni, quelle, per intenderci, nate dagli anni ’80 in avanti, hanno investito soldi, tempo e sogni in viaggi, scambi interculturali, master. I professionisti seri, preparati, sensibili e attenti ci sono. Allora mi chiedo: cosa manca? O cosa viene sprecato? E perché?

Perché ci sono interessi altri.

 

Alcuni esempi.

Nell’Alagoas, a Maceió, non importa che la  il mare azzurro e meraviglioso che bagna l’intera città,e accompagna una delle delle “passeggiate” lungo mare più frequentate e belle di tutto il Brasile, quel mare da cartolina venduto come biglietto da visita al mondo, puzzi in maniera immonda perché ogni 300 metri uno scarico cittadino getta in acqua di tutto! No, non importa, tanto il mare lava tutto e il governatore ha altre priorità.

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Maceio la spiaggia (foto: anna luciani)

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Maceio la barriera corallina (foto: anna luciani)

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Maceio scarichi a mare… lo stesso delle foto precedenti! (foto: Jonathan Lins/G1)

A Florianopolis, una delle capitali che vanta il maggior numero di belle spiagge del Paese, un’isola (lunga 80 km) di colline verdi, spiagge enormi, mare pulito, piccoli quartieri sparpagliati nel territorio come paesini, dove ancora regna un clima di cittadina e non di metropoli, cosa che la rende una città molto ambita per vivere e per rilassarsi durante l’estate per la qualità di vita alta e umana, a Florianopolis, dicevo, non importa se la popolazione chiede di migliorare le infrastrutture,  carrabili, insufficiente soprattutto durante il periodo estivo, di investire nel trasporto pubblico (oggi complesso) per rendere più accessibile (più facilmente e velocemente accessibile) le varie parti della città, e soprattutto, di realizzare soprattutto collegamenti ciclabili, a servizio della popolazione ma anche dei turisti (risolvendo molti problemi di traffico, parcheggio ecc.). No. Ciò che interessa è vendere alcune delle spiagge e dei territori su di esse affacciati, a ricchi investitori arabi affinché costruiscano lussosi resort!

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Florianopolis praia matadeiro, una di quelle che rischiano la privatizzazione. (foto: anna luciani)

A Jericoacoara, uno dei posti più suggestivi, magici e, nonostante il pesante turismo, ancora autentico, un paesino lontano da tutto, disperso fra dune di sabbia e vegetazione, affacciato su un mare trasparente e caldo, un paesino di sabbia, case basse, ristorantini, pousadas, ostelli e hotel di lusso, un paesino per tutti, dove vivono persone del posto, che nonostante la pressione straniera riescono ancora a vivere conservando e preservando una loro realtà identitatria, un paesino dove la sera si vede ancora il cielo, perché le luci, tante, sono fioche e leggere, rendendo quasi fatato il paesaggio… Anche qui non importa preservare ad ogni costo questo equilibrio sottile, fragile, meraviglioso e precario. No, anche qui prevalgono interessi economici privati, che sovrastano, oscurandolo, il bene comune.

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la duna di Jericoacoara. Dietro la duna dovrebbe sorgere un mega resort. (foto: anna luciani)

Jericoacoara purtroppo è un altro esempio di gestione priva di visione strategica, priva di impegno sociale e ambientale. È iniziato infatti un dibattito  riguardo la possibile privatizzazione del Parco Nazionale di Jericoacoara (Ceará), sulla stregua di quanto è già avvenuto a Fernando de Noronha. (www. info per chi vuole approfondire)

Il governo federale del Ceará ha annunciato infatti che l’amministrazione delle unità di conservazione passeranno alla gestione di una impresa privata attivando un sistema

di partenariato pubblico-privato.

Tale concessione, che da un lato potrebbe contribuire ad una migliore gestione dell’area, dall’altra rappresenta una minaccia alla natura stessa del parco, rischiando di perdere la bellezza e la pace che lo caratterizzano. Perché? Perché l’impresa che vincerà la gara per la concessione sarà responsabile del controllo delle entrate al Parco, dell’alloggiamento dei turisti e dell’organizzazione delle attività. Oltre a ciò avrà il diritto a costruire altri ristoranti e pousadas. Ed è questa la follia. Jericoacoara conta già più di 250 pousadas, senza contare affittacamere, ostelli ecc. il che rappresenta un’esagerazione, un sovradimensionamento insensato e ingiustificato di cui già noi, nel giugno 2014, abbiamo potuto constatare personalmente.

L’aggressività in termini di sostenibilità ambientale e sociale di questo programma di gestione e progetto di ampliamento del sistema turistico è evidente: consumo di suolo non necessario, aumento del carico urbano, mezzi di trasporto, infrastrutture, e ancora distruzione di habitat (vedi coqueiro oltre la duna principale). Oltre a ciò credo di poter affermare un atteggiamento discriminatorio verso un certo tipo di turismo. Jeri oggi è meta di lusso, ma anche rifugio per tanti giovani moxileiros che scelgono di viaggiare in modo alternativo, più economico, dando valore alla bellezza e alla atmosfera che si respira in un luogo.

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Jericoacoara – coqueiro. Questa oasi rischia di scomparire per far spazio alla costruzione del resort (foto: anna luciani)

Privatizzare mettendo una tassa di soggiorno disincentivaerebbe una gran parte di giovani (e meno giovani) che scelgono di viaggiare low budget, pur rispettando il contesto. Il malcontento degli abitanti e grande, e a mio parere giustificato!

Parlo di Jeri, perché l’abbiamo vissuta, ma la politica che sta dilagando a livello nazionale e federale è questa, anche per altri parchi.

Per approfondimenti (http://m.oglobo.globo.com/brasil/privatizacao-de-jericoacoara-de-outros-tres-parques-divide-opinioes-12453303 e http://veja.abril.com.br/blog/leonel-kaz/sem-categoria/privatizacao-dos-parques-nacionais-um-alerta/ )

 

Non importa l’impegno assunto delle Potenze della Terra, sancito proprio a Rio al Summit della Terra per l’Ambiente (1992), delle potenze mondiali, dei “grandi” che dovrebbero rappresentarci e tutelarci, preservando, ad esempio, questo nostro mondo, le bellezze di cui è fatto, tutelarle e valorizzarle, rendendo il bene disponibile a noi (tutti) e alle generazioni future.

 

Non è semplice, forse impossibile additare una sola persona come “colpevole”, sulla quale scaricare tutte le responsabilità..  Le

Considerazioni fatte nascono da esperienze, banali forse, ma che a mio parere descrivo un atteggiamento dilagante tra tanti.

Servirebbe, in Brasile, ma come anche da noi, un cambiamento di atteggiamento del singolo, una presa di coscienza, il riconoscimento delle responsabilità  instabilità personali e soggettive e lo sviluppo di un nuovo senso civico che oggi sembra essere stato eliminato e non più “di moda”.

…Ma il Brasile può vantare tante esperienze positive

…continua

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