Brother Jinkalmu l’aborigeno della Daintree Forest

13/16 gennaio 2017

Ci sono un giapponese, due brasiliane, due italiani, una francese e due aborigeni (uno nero nero, l’altro bianco slavato). Non è l’inizio di una barzelletta ma il gruppo, senza logica alcuna, che ci ha fatto trascorrere uno dei weekend più interessanti e piacevoli degli ultimi tempi. Lo so, lo dico ogni volta, ma non finisco mai di stupirmi davanti alla bellezza e alla felicità che si può vivere e creare insieme a persone appena conosciute. Spontaneità e naturalezza in un incastro perfetto.

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a casa di Jinkalmu (foto: Anna Luciani)

A casa di Jinkalmu però non abbiamo trovato solo questo. Abbiamo scoperto un lato nascosto e identitario dell’Australia, tante storie sulla cultura aborigena – a partire dalla sua storia personale -che hanno cambiato la percezione che avevo di questo Paese. In meglio. E per questo lo ringrazierò sempre.

L’Australia non è un paese così vario. Sicuramente è bellissimo, dominato da una natura incredibile, ma culturalmente diciamo che non è facile trovare qualcosa di “inaspettato”. Allo stesso tempo, le tradizioni e la cultura aborigena, così come la vita odierna della popolazione autoctona, rappresentavano per noi un aspetto di difficile comprensione. Risalendo la costa, a partire da Cairns, la popolazione di origine aborigena (e quindi di pelle scura) aumenta notevolmente e qui in Australia il divario, la separazione, il contrasto dovuti al colore della pelle sono notevoli. Nella città di Cairns (ma lo stesso si può dire di Tennant’s Creek o Alice Springs nel Northern Territory) la popolazione con discendenza aborigena è molto numerosa. E purtroppo, anche se non è giusto generalizzare (ma qui davvero è difficile sbagliare), l’integrazione non esiste. Sono persone spesso ai margini, con abitudini non sane: dieta fast food e alcool. Tanti non lavorano e passano le giornate seduti lungo le strade sopravvivendo solo grazie ai sussidi statali. Pur consapevole delle atrocità compiute dai colonizzatori, è difficile capire realmente perché oggi il processo di integrazione stia fallendo in maniera così evidente in un Paese dove disoccupazione e povertà praticamente non esistono.

Jinkalmu è riuscito a spiegarci qualcosa in più. Ci ha raccontato della sua vita, delle credenze aborigene e ci ha fatto capire che il patrimonio culturale aborigeno è stato cancellato intenzionalmente, sradicando popolazioni intere e lasciandole in balía di un nuovo, imposto, stile di vita che nulla ha a che vedere con il loro passato.

Glen (Jinkalmu è il suo nome aborigeno) vive a Newell Beach, ai piedi della Daintree Forest, una delle più importanti foreste pluviali al mondo.

A vederlo potrebbe benissimo essere un discendente di inglesi: bianco di carnagione, occhi azzurri, capelli e barba chiari. Ma Jinkalmu è aborigeno di nascita, educazione e cultura. È figlio di aborigeni appartenenti all’epoca degli Stolen Children. Dopo la colonizzazione i figli di aborigeni o di coppie miste (madre aborigena, padre bianco) venivano tolti alle madri e mandati in qualche famiglia bianca o presso orfanotrofi cristiani, per imparare a vivere all’ “inglese”. In questo modo si è cercato di eliminare completamente la cultura aborigena. Il fenomeno ha segnato un’epoca, in particolare nella prima metà del 1900. In alcune regioni dell’Australia, come ad esempio nell’isola di North Stradbroke Island o in Tasmania (dove sono stati uccisi TUTTI gli uomini delle tribù dell’isola), il genocidio e la pratica degli Stolen Children è riuscita a far scomparire quasi completamente le tradizioni delle tribù autoctone. Nel nord dell’Australia invece, nonostante l’oppressione e grazie soprattutto alla foresta nella quale gli aborigeni potevano nascondersi e sopravvivere con facilità, gran parte della cultura è stata preservata e tramandata oralmente di generazione in generazione.

I genitori di Jinkalmu erano due bambini dell’epoca degli Stolen Children, nati con sangue misto. Ciò spiega perché da due genitori dai caratteri aborigeni (seppur non marcatissimi) sia nato un bimbo dai tratti europei. E spiega anche perchè Jinkalmu, pur avendo un aspetto occidentale, appartiene alla tribù aborigena dei Kuku Yalanji, ne conosce le tradizioni e parla perfettamente la lingua, che uno dei suoi avi riuscì persino a tradurre in inglese realizzando personalmente un vocabolario.

Il suo sangue appartiene a questa terra. Una terra in cui la cultura aborigena è ancora molto forte e fa parte della quotidianità delle persone. Nei giorni trascorsi a casa sua, Jinkalmu ci ha raccontato molte storie e ha condiviso con noi tante conoscenze. Questa cosa ci ha incuriosito: fino ad ora tutti gli aborigeni incontrati ci avevano detto che le tradizioni venivano tramandate oralmente solo da padre in figlio. Raramente ci era stato concesso di partecipare ad alcuni rituali e sempre ci era stato chiesto di non mostrare nulla. Jinkalmu ci ha spiegato che la cultura aborigena è molto complessa, prevede diversi livelli di comprensione e l’approccio è graduale. Noi, persone non aborigene, possiamo accedere solo ad un primo livello di conoscenza, ovvero informazioni, storie e leggende più semplici. La cultura del popolo Kuku Yalanji (originario della zona compresa tra Mossman e Cape Tribulation) è stata preservata quasi nella sua interezza, quindi ci sono aspetti a conoscenza solo della popolazione aborigena, ma altri che possono essere condivisi anche con noi.  Esistono però luoghi dell’Australia dove gran parte delle tradizioni, così come la lingua, sono andate perdute (penso a Straddie Island), e in questo caso le conoscenze e le storie vengono custodite gelosamente e tramandate esclusivamente di padre in figlio.

Abbiamo trascorso con lui tre giorni, insieme a “brother” (il cui nome non abbiamo mai sentito nominare, coinquilino di Jinkalmu, aborigeno anche lui), Emily (ragazza francese), Bella e Clara (brasiliane) e Naomo (giapponese-aborigeno di Okinawa). Un weekend che ha creato legami profondi, grazie alla condivisione di esperienze, conoscenze, allegria.

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primo giorno al fiume

Abbiamo nuotato nel fiume a Mossman Gorge, luogo turistico ma molto vissuto anche dai locali. Per raggiungerlo, dopo aver parcheggiato l’auto al Centro turistico, con una navetta si raggiunge l’inizio del percorso nella foresta che conduce poi al fiume. Dopo esserci divertiti in acqua, e aver incontrato per puro caso la figlia di Mark, l’aborigeno di Straddie Island che ci aveva accompagnato in barca alla scoperta dei Dugong (velo lo ricordate?), ci siamo rifocillati con un pic nic a base di squisiti frutti tropicali, tra cui la Rollinia, che non avevo mai provato e che è diventato il mio frutto preferito (ha una consistenza morbida e un sapore che ricorda il sorbetto al limone: dolce, ma con una punta acidula dissetante).

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Rollinia

La domenica Jinkalmu ci ha portati all’interno del Daintree Park.

Il parco prende nome da un nobile inglese. Jinkalmu ci ha fatto notare come gli occidentali abbiamo la strana usanza di dare ai luoghi i nomi di persone che non c’entrano niente e che quei luoghi non li hanno mai nemmeno visti. Nella lingua aborigena invece ogni luogo ha un nome specifico che richiama qualche elemento caratteristico.

È stato curioso anche analizzare alcune parole usate nelle due lingue per indicare la stessa cosa, ma che rivelano un approccio diverso dell’uomo verso la natura. La parola “belvedere” ad esempio in inglese è “Lookout” ovvero guardare fuori, in aborigeno si usa la parola “walu wugirriga” che significa metti il tuo sguardo dentro. Interessante, no?

La lingua aborigena ha un suono affascinante, che sembra uscito dalla natura stessa. È composta di parole dalla musicalità rotonda, morbida: gorgheggi di uccelli avvolti da suoni più legnosi. Quando parli una lingua aborigena parli di natura, parli di fauna e flora, parli con l’ambiente e dell’ambiente.

La Daintree Forest è una foresta pluviale tropicale tra le più importanti e antiche al mondo. Jinkalmu ci ha spiegato che in natura le specie vegetali conosciute derivano tutte da 13 famiglie principali. In questa foresta sono stati individuati i ceppi di 11 delle 13 famiglie e un dodicesimo è in fase di analisi. Se fosse confermato si potrebbe quasi affermare che la vita vegetale del pianeta abbia avuto origine proprio qui!

Sicuramente le piante e gli alberi che abbiamo visto passeggiando incuriosiscono gli osservatori più attenti. Questa natura, così selvaggia, così inaccessibile, in realtà ha tutto ciò che serve per la sopravvivenza anche dell’uomo. Basta conoscerla e rispettarla. E gli aborigeni questo lo sapevano. Alcuni esempi?

La Fan Palm è una palma bellissima che si trova solo in questa foresta. Ha splendide foglie perfettamente rotonde dalla superficie che sembra plastificata, resistente all’acqua. Questa pianta, oltre ad essere un perfetto riparo per la pioggia, una sorta di ombrello vegetale, veniva usata per il tetto delle abitazioni, intrecciando tra loro le foglie. Jinkalmu ci ha mostrato anche il frutto della Fan Palm utilizzato dagli uccelli per “ubriacarsi”. Non scherzo. I frutti rossi in fase di maturazione rilasciano una sostanza che ha un effetto inebriante per gli uccelli, che raccolgono le bacche e le mangiano solo “al momento giusto”.

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al riparo sotto le foglie di Fan Palm (foto: Simone Chiesa)

Il legno della Black Palm invece veniva utilizzato per la realizzazione di cesti per la raccolta di oggetti o frutti.

Alla base di alcune palme inoltre, nonostante l’umidità e la pioggia che rendono la foresta costantemente “bagnata”, si forma una specie di pagliuzza perfettamente asciutta, sempre, utilissima per l’accensione del fuoco con i bastoncini di legno, oppure, grazie alla sua particolare texture, utilizzabile per calzature o cappelli.

La conoscenza aborigena delle piante e della foresta ha permesso la loro sopravvivenza in una zona davvero difficile. L’uomo bianco, ignorando queste conoscenze, anteponendo alla natura priorità ed esigenze estranee e decontestualizzate, ha iniziato a disboscare e catturare gli aborigeni perdendo non solo patrimonio naturale, ma soprattutto patrimonio umano e culturale.

Tantissimi aborigeni sono stati sterminati, altri resi in schiavitù. Per ogni uomo bianco ucciso, venivano ammazzati decine di aborigeni. Jinkalmu ci ha raccontato invece come avvenivano le battaglie tra tribù aborigene diverse: due schieramenti di uomini in linea uno di fronte all’altro. Al primo segnale si lanciavano le frecce o le lance. Il primo uomo colpito (non necessariamente a morte) rappresentava la fine della battaglia e indicava quale fosse la tribù perdente (a cui apparteneva l’uomo ferito) e quale la vincente. Finita la battaglia i vincitori occupavano il territorio della tribù perdente, e questa indietreggiava. Sicuramente non un modo pacifico, ma molto meno cruento di quello a cui siamo abituati noi.

La giornata nella foresta è stata un continuo di racconti  e momenti divertenti che ci hanno portati fino a Cape Tribulation dopo esserci fermati al Cooper Creek per una nuotata! Eravamo nel punto più a nord del nostro viaggio, un luogo pieno di storia e bellissimo, insieme a persone splendide…e abbiamo visto anche un raro Casuario meridionale con il suo piccolo!

La sera, dopo aver acceso il fuoco nel giardino, abbiamo aspettato che il pesce si cucinasse sul barbecue ascoltando Jinkalmu che ci raccontava dell’importanza del rito del fumo nelle tradizioni aborigene. Il fumo purifica lo spirito e loro amano esserne avvolti . La cultura aborigena è caratterizzata da una spiritualità forte, che ha una dimensione spazio temporale diversa dalla nostra. Tutta la storia e la cultura aborigena inizia nel Dreamtime, il tempo del sogno. Il tempo in cui il mondo naturale si è creato, e così tutti gli esseri viventi: l’uomo, gli animali e la natura. Il Dreamtime è il tempo a cui appartengono tutte le leggende che raccontano la creazione, ma che spiegano e regolano anche i rapporti tra le persone e tra l’uomo e la natura e l’ambiente in cui vive. Di questi racconti, solo un parte può essere condivisa con le persone non aborigene.

Jinkalmu ci ha spiegato che attorno a noi esistono tantissimi spiriti di bambini appartenenti al Dreamtime che ancora devono nascere. La madre e il padre aiutano questi spiriti a venire sulla terra nel luogo che hanno prescelto. Quello è il luogo a cui appartengono, in cui trovano il senso della loro esistenza. Nel momento in cui si viene sradicati dal proprio luogo si perde la direzione, il senso dell’andare, e questo è ciò che è successo a tanti aborigeni che oggi vivono in città, lontano dalle radici, dalle tradizioni e dalla propria cultura. (Tutti gli aborigeni della comunità kuku Yalanji che abbiamo conosciuto qui invece erano avvolti da una serenità evidente e positiva. Integrati nella comunità e custodi orgogliosi e felici di una tradizione ricca e preziosa, legata a queste zone).

Quando un bimbo nasce, solitamente la nonna ripetere a voce alta diversi nomi in modo che sia il neonato a “scegliere” (piangendo o urlando) quello che lo rappresenta. Ogni nome infatti descrive particolari caratteristiche di forza, tenacia, intelligenza, riferendosi al mondo animale e vegetale. Quando il bimbo sceglie il proprio nome ne assume le caratteristiche. Crescendo inoltre ogni persona riconosce il proprio animale totem. Jinkalmu mi ha regalato un seme particolare che ha trovato sulla spiaggia. È un porta-fortuna. Mi ha detto di disegnarci sopra il mio animale totem… lo farò! penso di sapere quale sia il mio…

A proposito di spirito e corpo, una cosa che ci ha spiegato Pauly, il nostro couch di Nimbin, riguardava la diversa velocità che corpo e spirito hanno negli spostamenti e nei viaggi: la velocità spazio/temporale che le macchine, auto, barche o aerei, consentono oggi al nostro corpo, è notevolmente accelerata rispetto alla velocità che segue lo spirito per spostarsi da un luogo all’altro. Spesso per adattarci ad un nuovo luogo ci serve tempo, perchè dobbiamo attendere che lo spirito si ricongiunga a noi con i suoi tempi.

A fine serata…sorpresa per Bella! Era il suo compleanno e noi, coinvolti da sua sorella, le avevamo preparato una festa!

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buon compleanno Bella! (foto: Anna Luciani)

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dolcetti giapponesi portati da Naomo

Nella tradizione aborigena le famiglie hanno una struttura un po’ più articolata rispetto alle nostre (anche rispetto alle nostre allargate): esistono padre e madre, nonni e zii, ma i rapporti sono più complessi, le responsabilità e i legami che si creano, ad esempio a seguito di un matrimonio, allargano le famiglie creando nuovi rapporti. Un aspetto interessante è che dopo i nonni, non ci sono i bisnonni ecc. ma gli anziani tornano ad essere nipoti e figli, affinchè i più giovani possano prendersi cura di loro. E quando ci si sente legati a qualcuno, quando spontaneamente il proprio spirito trova nell’altro la stessa sensibilità, la stessa curiosità, un benessere e una condivisione spontanea.. allora l’altro, indipendentemente dal sangue, diventa un fratello e una sorella.

Noi, a casa di Jinkalmu, abbiamo trovato una famiglia.

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brothers and sisters

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lembraças… obrigada meninas!

INFO

Mossman Gorge: Per raggiungere il fiume è possibile arrivare in auto fino al Centro Culturale, dove si trovano informazioni, esposizioni d’arte, souvenirs e dove è possibile acquistare il biglietto di ingresso al parco, del costo di 9 dollari a persona. Il biglietto dà accesso alla navetta che porta all’ingresso della camminata (circa 5 minuti) per arrivare al fiume. Maggiori informazioni qui.

Mossman Market: consiglio, la domenica mattina, di fare un salto al piccolo mercato di Mossman. Folcloristico e pieno di colori, oggetti, frutti tropicali, torte fatte mano. Un posto carino, rilassante, dove fare colazione, chiacchierare e fare qualche acquisto per il pic nic.

Daintree National Park: All’entrata è previsto il pagamento di 26 dollari (ad auto), prezzo per il traghetto. Dentro al Parco è possibile trovare alcuni punto di ristoro dove bere o mangiare qualcosa, una piantagione di te e alcune case. Nella Daintree Forest abitano 800 persone circa, la più grande comunità in Australia che vive senza elettricità e acqua corrente. In alcune zone, soprattutto al mare, non è consigliato fare il bagno: meduse e coccodrilli. In compenso i fiumi e i percorsi nella foresta, dopo essersi ben spalmati il repellente contro le zanzare, sono bellissimi. Per chi volesse fare ulteriori approfondimenti lascio questo link che mi sembra interessante.

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2 risposte a “Brother Jinkalmu l’aborigeno della Daintree Forest

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