QUELLA VOLTA CHE HO LETTO “LATINOAMERICANA” E MI SONO TROVATA NEL SUD DEL MONDO – Da Buenos Aires a Puerto Montt passando per Bariloche

E’ capitato spesso che un libro abbia ispirato uno dei miei viaggi.

E il connubio “libro – Sud America” ha sempre dato ottimi risultati.

Durante l’università avevo letto “Latinoamericana, Diario per un viaggio in motocicletta” di Ernesto Che Guevera (il libro da cui è poi stato tratto il film “I diari della motocicletta” che a me è piaciuto moltissimo).

(Piccola parentesi: voi sapete da dove deriva l’appellativo “Che”? Che è un intercalare usato tantissimo dagli argentini provenienti da Cordoba, città nel Centro dell’Argentina (dove io ho vissuto 6 mesi nel 2005 per sviluppare il mio progetto di tesi). Ernesto visse a lungo durante l’infanzia e l’adolescenza ad Altagracia, un villaggio in provincia di Cordoba, assimilando l’accento della zona e utilizzando il che un po’ come da noi i piemontesi usano il “nè”. Da qui il soprannome).

Ma torniamo al libro e al viaggio.

Nel dicembre 2005 Valeria ed io decidemmo di concederci un altro viaggio (dopo quello ad Atacama – qui il link). La tesi era a buon punto, le vacanze di Natale vicine e il Sud America non permette di rimanere troppo tempo fermi in un luogo: nasce da dentro un’esigenza irrefrenabile di conoscere e partire. Per le meno a me succede ogni volta che vado.

Avremmo trascorso qualche giorno insieme a Buenos Aires.

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La Boca, Buenos Aires, Argentina. Dicembre 2005 (foto: Anna Luciani)

Lei poi sarebbe partita per il sud, io avrei trascorso il natale a Curitiba e Itapoá con “la mia famiglia brasiliana” (perché quando si vive un Erasmus sono vere e proprie famiglie quelle che si creano, si lasciano ma poi si ritrovano negli anni, ancora adesso).

Berenice, Jairo, Arianne, io. Itapoá, Santa Catarina, Brasile. Natale 2005.

Una volta rientrata in Argentina, il 28 di dicembre (ricordo bene questa data perché a lungo ho pensato di posticiparla e rimanere in Brasile, ma poi sono partita) avrei preso un autobus anche io per il sud, ma da sola, ripercorrendo una parte del tragitto battuto in sella a La Poderosa da Ernesto e Alberto, superando il confine tra Argentina e Cile nella zona dei laghi via acqua (libro e film parlano proprio di questo viaggio).

L’avventura solitaria è partita subito male: col cuore in lacrime (come ogni volta che lascio il Brasile e gli amici) sono arrivata all’aeroporto di Curitiba per prendere l’aereo per Buenos Aires. L’aereo che arrivava da Rio de Janeiro era in ritardo quindi la compagnia mi propose di imbarcarmi per São Paulo (andando a nord?), una volta atterrata a Congonhas (scalo nazionale) avrei avuto ben 2 ORE! per attraversare la città (che conta 12 milioni di abitanti) e raggiungere Guarulhos (scalo internazionale) che dista “solo” 40 km. Naturalmente ho perso la coincidenza e mi hanno prenotato un posto su un volo che sarebbe partito 8 ore dopo (alle 22 circa) da São Paulo a Buenos Aires. Mi sono trascinata come un’anima in pena per un’intera giornata all’interno dell’aeroporto, piangendo di saudade e chiedendomi perché facessi (faccio) sempre la scelta sbagliata, impigozzandomi di bolo de fubá e sucos de abacaxi fino all’ora dell’imbarco. La cosa positiva era che mi avevano riservato un posto in prima classe (lusso!), la negativa è che a fianco avevo un bambino indemoniato…e che il portellone non si chiudeva.

Morale della favola: sono arrivata a Buenos Aires alle 2.00 di notte, con le hostess preoccupatissime che qualche taxista argentino potesse uccidermi, stuprarmi e derubarmi. Quindi la Varig (compagnia brasiliana con la quale viaggiavo) ha deciso di adottarmi, recuperando un taxi dell’azienda e conducendomi all’Ostello. Sono arrivata stremata, pensando al mare e agli amici salutati senza un motivo reale, se non quello di provare a fare Ernesto, all’autobus per San Carlos de Bariloche che avevo prenotato per il giorno stesso e che avevo perso… ma per fortuna a volte la stanchezza arriva come un benedizione e ti stende! “Dopotutto, domani è un altro giorno”, e io sono sola, con uno zaino in spalla, due settimane di tempo e un continente che mi aspetta. Vista così non era poi così male.

Il giorno seguente sono andata al Terminales de Buses (che io preferisco chiamare alla brasiliana “rodoviaria”) a prenotare per il giorno stesso un passaggio da Buenos Aires a Bariloche: un posto cama (letto: ovvero sedili completamente reclinabile) nella fila singola al secondo piano, posto davanti. 22 ore di viaggio in mezzo alla Pampa argentina: io, le mie ciambelle all’anice, un libro di Coe, la musica, i bufali e un paesaggio strepitoso davanti agli occhi, come vivere dentro un film al cinema. So che molti non capiranno, ma credetemi quando vi dico che questi viaggi sono esperienze di vita che lasciano il segno. E’ il viaggio che senti, che vivi chilometro dopo chilometro, è lo spazio che prende forma e diventa tempo e viceversa.

Quando molti dicono: l’obiettivo non è la meta ma il viaggio! ecco, in Sud America ho capito realmente cosa volesse dire, ed è una di quelle esperienze di cui sento la mancanza: spostarmi e potermi godere il paesaggio, perdermi nei miei pensieri e ritrovarmi persa chissà dove, nel punto e nel momento esatto in cui voglio essere.

San Carlos de Bariloche è una città nella Patagonia nord-occidentale, ai piedi delle Ande, sulle sponde del lago Nahuel Huapi. La città è inserita in un paesaggio dal tipico aspetto alpino ed è circondata dai monti Tronador, Cerro Catedral e Cerro López. È una famosa stazione sciistica. È nota come la Svizzera Argentina. Il nome Bariloche deriva dal termine Mapuche, che significa “popolo che abita dietro la montagna”.  Fu fondata originariamente da austriaci, tedeschi e veneti provenienti in gran parte dalla provincia di Belluno alla fine del 1800. In estate (dicembre-marzo), splendide spiagge come la Playa Bonita e Villa Tacul accolgono molti turisti e anche qualche coraggioso bagnante: le acque dei laghi sono freddissime (ad esempio il lago Nahuel Huapi ha una temperatura media di 14 °C in estate). Bariloche è la città più grande all’interno dell’enorme Distretto dei Laghi. La città è famosa anche per la produzione di cioccolato.

Arrivata in città ho trovato un posto letto in ostello con altre 5 ragazze israeliane. Avranno avuto la mia età: 23/24 anni. Avevano tute mimetiche e anfibi. Sembravano uscite da un’esercitazione militare… e infatti erano reduci dall’anno di servizio militare obbligatorio, e come tutti i ragazzi e le ragazze israeliane della loro età erano partite per 6 mesi o un anno sabbatico: Sud America e Sud-Est asiatico sono le destinazioni preferite. Quelle ragazze avevano (giustamente) una vitalità esplosiva, un’energia, una voglia di far festa incredibile. Erano incontenibili, assetate di vita. Era la fine dell’anno e chiaramente potevo unirmi a loro.

Però non ne avevo voglia. So che è strano che una ragazza di 24 anni non abbia voglia di far festa, ma in quel preciso momento non era musica ad alto volume e balli sfrenati ciò di cui avevo bisogno. Volevo rallentare, respirare. Non era il primo viaggio sola che facevo. L’anno prima ero stata a Santiago del Cile per 5 giorni. Ma questa volta era diverso… ero io nel mondo, e volevo forse capire quanto bastassi a me stessa.

La mattina del 31 sono andata al El Bolson, piccolo paesino due ore a sud di Bariloche. Si tratta di un villaggio hippie noto per la produzione di marmellate, birra, formaggio e cioccolato e per un fiorente artigianato locale. Appena arrivata in paese ho raggiunto il mercato dove respirava un’aria allegra, gioiosa, tranquilla. Mi sono comprata ciliegie e cioccolata e ho trascorso il pomeriggio nel parco circondata da famiglie e giovani in festa.

El Bolson, Argentina. 31 dicembre 2005 (foto: Anna Luciani)

El Bolson, Argentina. 31 dicembre 2005 (foto: Anna Luciani)

La sera, tornata a Bariloche, ho improvvisato una cena e mi sono preparata per il giorno dopo, quando sarei andata a fare rafting sul Rio Manso, un’esperienza divertente (amo fare rafting) e rigenerante: il bagno nel fiume ghiacciato e l’ebbrezza di essere dentro la natura è stato il miglior modo per iniziare il nuovo anno!.

La tappa successiva era Puerto Montt, ma come aveva fatto Ernesto sarei passata in Cile dai laghi aggregandomi ad un gruppo di brasiliani e argentini che volevano fare lo stesso percorso utilizzando autobus e barca. L’idea in sé è stata meravigliosa perché il paesaggio è qualcosa di incredibile. Qui inizia la Patagonia e i suoi colori sono un biglietto da visita inconfondibile.

Peccato però che invece di 7 ore ne abbiamo impiegate 18: ci hanno lasciato ore al sole e in balia dei tafani sui porticcioli dei laghi, abbiamo aspettato nel bosco un autobus guidato da un autista cileno ubriaco che sfrecciava sulle strade sterrate in picchiata scendendo lungo le Ande, incazzandosi alla dogana perché avevo con me una mela e due arance (all’epoca c’era la mosca della frutta e al confine era severamente vietato portare frutta da un Paese all’altro). Siamo arrivati in Cile al tramonto, accolti da laghi e da vulcani maestosi, col sole infuocato davanti agli occhi.

Io naturalmente arrivata a Puerto Montt a mezzanotte non sapevo dove andare a dormire, e così l’autista (che nel frattempo era cambiato) mi ha accompagnato con l’autobus davanti all’entrata di un ostello gestito da una coppia di nonnetti. La mattina dopo mi avrebbero preparato marmellata e pane fatto in casa. Una coccola davvero.

Puerto Montt è la capitale della Regione di Los Lagos ed è sovrastata dal Vulcano Osorno. Io sono rimasta solo due giorni, visitandola velocemente ma rimanendone affascinate. La zona di Angelmo è forse la più caratteristica: si tratta del mercato dell’artigianato affacciato sul mare e la zona è caratterizzata da casette “squamose” di legno, colorate e sciupate dal mare quasi fosse un piccolo villaggio di pescatori. All’epoca non c’erano ristoranti “fashion”, ma la qualità del cibo e delle prelibatezze del mare è sempre stata altissima. Nonostante il tempo uggioso davanti all’Oceano non potevo resistere al richiamo dell’acqua e così, sfidando la temperatura gelida, ho fatto il mio primo tuffo nel Pacifico. 

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Primo bagno nel Pacifico. Cile. Gennaio 2006

Dalla città parte la strada chiamata Carretera Austral che collega la città con la Patagonia cilena. Io però dovevo partire per Santiago procedendo verso nord. Prima però mi sono concessa ancora due tappe.

Isola di Chiloé, proprio davanti a Puerto Montt. Qui, dopo una traversata in barca in compagnia di leoni marini, pellicani e pinguini, ho visitato Ancud e Castro.

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pellicani ? Chiloé. Gennaio 2006 (foto: Anna Luciani)

La Chiesa di Castro fa parte della tradizione architettonica, mantenuta per tre secoli, chiamata “Scuola chilota di architettura religiosa in legno”. A questa scuola appartengono 150 delle oltre 400 chiese sparse per l’arcipelago. Di queste 150, alcune non hanno resistito al passare del tempo e sono crollate o hanno dovuto essere demolite, altre invece si sono mantenute per quasi 300 anni e sono quindi tra le costruzioni in legno più antiche del pianeta. La necessità di preservarle ha fatto sì che 16 di esse fossero dichiarate monumento nazionale e, nel 2000, patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

A Castro una delle zone più tipiche è la “Costa Nera“, caratterizzata da edifici colorati su palafitte.

I giorni erano trascorsi velocemente, troppo. Il 10 gennaio avrei ritrovato Valeria a Cordoba e prima di arrivare mi sarei fermata a Mendoza qualche giorno.

Dovevo solo decidere se fermarmi 12 ore a Santiago o a Valdivia. Decisi per questa cittadina che non conoscevo. Mentre scrivo, 13 anni più tardi, leggo su internet queste parole “Valdivia è nota per essere stata, il 22 maggio 1960, epicentro del terremoto più forte mai registrato sulla Terra con una magnitudo momento di 9,5 gradi, noto anche come Grande Terremoto Cileno. Il terremoto provocò devastanti tsunami che, attraversando l’Oceano Pacifico, colpirono anche il Giappone e le isole Hawaii. Parecchi edifici coloniali spagnoli che si trovavano nei dintorni della città furono rasi al suolo. La città fu completamente devastata, con edifici distrutti ed esondazioni fluviali”. L’avessi saputo prima non credo mi sarei fermata. Ma sarebbe stato un peccato

Sono scesa dall’autobus di prima mattina. Volevo fare due passi in città e ripartire la sera. Senza una direzione mi sono ritrovata a passeggiare sul lungo fiume quando un uomo da un piccolo bus turistico parcheggiato lungo la strada urla “Ehi tu, vuoi venire a vedere il l’oceano?”. Mi giro, un po’ interdetta, e non so perché ma risposi di sì dirigendomi svelta verso il bus. Appena salita lo stesso uomo mi dice “siediti lì vicino al tuo collega”. Sempre più interdetta alzo lo sguardo e vedo un ragazzo europeo, molto carino, che mi sorride.

E così ho conosciuto David. Parigino che viveva a Barcellona, col quale iniziai a parlare un mix di portoghese e spagnolo senza smettere più per tutto il giorno. Siamo andati al mare, al forte, e poi di nuovo in città a dar da mangiare ai leoni marini che vivono sulle sponde del fiume raccontandoci la nostra vita come fossimo amici da anni. La giornata è finita in fretta e dopo una birra in città è giunta l’ora del mio autobus. Nonostante la mia tuta dell’adidas nera a bande bianche, nonostante la mia faccia un po’ provata (ma felice), come nei film, quelli che non credi esistano (e sicuramente non possono esistere per te) David mi chiede di rimanere!

Questo è uno dei pochi rimpianti che ho dei miei viaggi.

Sono partita. E non so perché.

Ci ho messo quasi due giorni per raggiungere Mendoza, ripercorrendo al contrario il Passo de Los Caracoles e attraversando paesaggi bellissimi sulle Ande.

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passo de los Caracoles. Argentina/Cile (foto: Anna Luciani)

Mendoza è la città del vino per eccellenza dell’Argentina e mi ha accolta con una festa di paese. Il giorno dopo ho organizzato alcune degustazioni nelle principali cantine a partire dalla mattina, e considerando che io all’epoca praticamente non bevevo alcolici ho finito la giornata in un Parco in città a leggere e prendere il sole. Cotta.

Il viaggio era terminato. Ancora due settimane di tesi poi saremmo tornate in Italia.

Questo viaggio è stato un viaggio speciale. E’ stato il mio viaggio in solitaria in Sud America per eccellenza. Ce ne sarebbero stati altri, ma questo è stata la risposta a tanti discorsi che avevo lasciato in sospeso con me stessa anni prima.

Amo questa cosa del viaggiare sola: la sensazione di libertà, l’assenza completa di condizionamenti anche mentali che spesso vivo. Il poter fare e decidere ciò che voglio, conoscere la me stessa più vera ed essenziale, stupirmi della mia capacità di adattamento, della mia socievolezza, della mia capacità di star bene con gli altri ma anche senza. Perché natura e arte sanno essere compagni preziosi.

Non ho mai trascorso un giorno durante quel viaggio senza conoscere qualcuno, senza parlare anche inventano un nuovo linguaggio, con qualcuno che non conoscessi. È difficile rimanere soli in viaggio, perché le emozioni uniscono le persone, perché basta un sorriso condiviso per sentirsi vicini e simili, per cancellare qualsiasi diversità. Però poi ci sono i momenti solo tuoi, momenti in cui ti guardi da fuori a dentro e prendi consapevolezza di un sacco di qualità che non sapevi di avere.

 

Ho ritrovato le mail inviate in quelle settimane ad amici e famiglia in Italia. Le riporto pari pari (molti errori dipendono dalla tastiera diversa) perché rimangono per me uno splendido ricordo.

 

20 dicembre 2005 – Buenos Aires

Bien!!!

Prima tappa del viaggio oramai terminata!!

Buenos aires rimane sempre una città meravigliosa, ogni volta di più: affascinante, elegante, interessante…caótica ma comunque bellísima!! Siamo state bene io e la vale, molto… Domani parto, e volero verso “nord”…verso il tropico, chiaramente rimanendo sempre al di sotto dell’equatore, in modo tale da sfruttare al massimo questo natale brasiliano…al mare.

È stranissimo: clima natalizio zero: e sicuro non sono le decoración,i babbi natale e gli alberelli accesi che ti calano nel clima:se per 23 anni l’hai passato al freddo, il caldo, la luce, il sole e tutte ciò che questa comporta…fan si che per noi domenica possa essere ferragosto.

Lasciare questa città è un peccato,ma ciò che mi si prospetta aiuta assolutamente a riprendersi!!

Curitiba,itapoa…il mare..e Berenice che mi impigozzera come un tacchino …chissà che dopo una settimana l’amico jairo non mi cucini insieme al churrasco

Ma va bene così.

Ancora non ci credo, non vedo l’ora ma un po’ sono anche in ansia..tornare in brasile,per la terza volta: non so mai cosa aspettarmi, e allora fino all’ultimo non ci penso, sconnetto il cervello e aspetto di arrivarci!!!

Sicuramente serà un natale diverso, ma senza dubbio, al di là di comacchio- ferrara, èl’unico altro posto dove posso dirmi di sentirmi a casa senza esagerare…e allora, vista la lontananza, credo che sia giusto  e perfetto così!!!

Manderò notizie…

Intanto anticipo gli auguri a tutti, sperando di poterli fare anche pìù avanti.

Un bacio

Anna

28 dicembre 2005

io davvero non lo faccio apposta, non vado a cercare le avventure…semplicemente c`’e qualcosa che trama per mettermi ogni volta alla prova..e ci riesce. ogni volta che parto da curitiba é un trauma…vengo colta da una tristezza unica.

sará per i bei momenti e i giorni fantastici passati a casa da Bere, sará per l“aria che si respira in questo Paese..sará per mille motivi uniti insieme, ma davvero é diffcile partire. in ogni caso grazie Varig (compagnia aerea) per avermi dato altro a cui pensare:

dovevo partire da curitiba alle 10 e arrivare a buenos AIRES ALLE 13 per imbarcarmi su un autobus diretto a bariloche (23 ore di auton=bus a sud di buenos aires) invece mi trovo alle 17.20 a são paulo( 6 ore di autobus a nord di curitiba) in attesa di un volo che partirá solo alle 22.00 di questa sera per làrgentina. perché arrabbiarsi, farsi cogliere da una crisi, iniziare a urlare e farsi portare in groppa dal primo che capita a buenos aires?

meglio mantenere la calma, scrivere un po` e aspettare…viva i ritardi negli aereoporti!!!!

la cosa assurda é che davvero, sto girando per tutto il sud del brasile tentando connessioni credo fino a quando , per caso o per fortuna, riusciró a dirigermi verso sud!!! va beh…

aLLA FINE sono imprevisti che capitano… e che fanno fare un po di ginnastica ai nervi e allàutocontrollo…

dovró cambiare tutti i piani, ma alla fine il bello di viaggiare >con uno zaino in spalla tappa pe tappa é anche questo!!!

un bacio                                                

29 dicembre 2005

beh, se non fosse che sono arrivata alle 2 di notte a buenos aires con tanto di portellone dell’aereo che no n si chie¡udeva potrei dire di essere stata fortunata.

viaggio in prima classe, con biglietto per quella economica,

vicina di poltrona: una bambina morsoicatadalla tarantola che fa cambio con un prete spagnolo taxi  all areoporto che mi aspetta…

e tutto pagato dalla varig.

beh.

solo per dire che sono arrivata.

un bacio a tutti e buon anno nuovo. vado aprepararmi per 23 ore di autobus

02 gennaio 2006

In questi giorni mi sono chiesta se in realtà non sto annoiando tutti con sti racconti dall’emisfero australe.

Forse non gliene frega niente a nessuno…ma per coerenza oramai termino con le ultime tappe, poi, per i l próssimo viaggio ci penserò.

Vi avevo lasciato di ritorno dal brasile, pronta per arrivare a Bariloche con un viaggio interminabile!

Effettivamente le ore erano molte, ma con un posto in prima fila, al 2 piano dell’autobus, pronta con rifornimenti di cibo x1 reggimento, un libro di Coe e un paesaggio meraviglioso davanti, il viaggio è volato.

Mi sono attraversata tutta la Pampa fino alle ande, nella regione dei laghi ( e del cioccolato aggiungerei).

Mi sono fermata un paio di giorni girando un po la zona:

El bolson,: mercatino dell’artigianato, bancarelle di ciliegie e chioschi di gelato e cioccolatini 🙂

, tra ande innevate, laghi azzuri e fiori!tutto merito dei consif¡gli della vale

Ho pensato di non lasciare da parte l’attività fisica e così, il 1 dell’anno, dopo una cena un po’ improvvisata la sera prima, mi sono dedicata al rafting :  spettacolo, bagno nel fiume peccato per

l’acqua gelida, che comunque valeva la pena di un tuffo, e il polso fasciato… in realtà non so se sia stata colpa di una remata, sta di fatto che ora mi aggiro bendata., serve a fare scena!

Poi, viva l’anna e le sue idee originali e intelligenti: perchè non passare la frontiera col cile in barca, invece che comodamente seduta su un autobús??

Ci ho messo 18 ore invece che 7, abbandonati su moli in attesa che autisti cileni in preda all’alcohol ci portassero alla Dogana lungo una strada sterrarta a tutta velocità…

Per farmi dire su da un cileno x una mela rimasta nello zaino (la frutta non passa: puoi avere di tutto con te, ma la frutta NO). Fortunatamente sono passata in cile, e qui, tra laghi e vulcani al

tramonto, accolta nella comunità brasiliana che viaggiava con me, son arrivata a puerto montt,

Paesino sul pacifico, porto dai mille pescherecci, e dalle casette “squamose” di legno.

Viva i salmóni e il pesce che hanno qui!!! Pranzi e cene sono memorabili ogni volta…

Tra l’altro, arrivata a mezzanotte dopo la traversata, l’autista mi ha consigliato un posto tipo hostello per dormire: e chi ho trovato? Due nonnetti che la mattina preparano marmellata e pane fatto in casa….

Il primo giorno, nonostante la temperatura dell’acqua e il cielo plumbeo primo bagno nel pacifico…emozione! Lo so, mi emoziono con poco…

Dopo 2 giorni nell’isola di chiloe (di fronte a puerto montt)  e una traversata sul pacifico con tanto di pinguini, pellicani e leoni marini parto per Mendoza (torno in argentina): arriverò nella terra del vino argentino.

>>bacio

7 gennaio 2006

ci siamo, è l’ultima tappa!! poi basta.

dopo valdivia, che si è rivelata una tappa anche se breve molto interessante, piena

di piacevoli sorprese, eccomi di nuovo in argentina.

mendoza sembra un città davvero bella, oggi, domenica, c’è un mercatino enerme nella piazza , e poi un sacco di parchi e vie pedonali larghe e alberate (chi conosce cordoba capirà perchè questa precisazione)…il problema è che dai 15 gradi cileni sono passata ai 39 di mendoza, e il peggio è che fonti affidabili dicono che

cordoba arriva ai 45… io non torno più là..

non è una scusa per non ricominciare la tesi…tesi??? quale tesi?? ma davvero non posso credere di passare 2 settimane a cuocere al forno a cordoba, epoi il 24 partire per arrivare al freddo glaciale di ferrara..

ne va della mia sopravvivenza. potrei rimanere qui  e continuare come enologa, dato che è da stamattina che non faccio altro che degustare vini diversi.

proprio iio che non bevevo nulla! bene, questo è quanto. come ho già detto le foto solo a chi è interessato, per non raggiungere livelli di pesantezza colossali! oramai anche quest’avventura è finita quindi o ci sentiamo prossimamente … o ci vediamo direttamente a casa

>un bacio

 

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